8. Di amiche e scarpe

Questa notte, ore 2:44, io e Danny siamo stati al telefono per minuti due e secondi trentotto.
Oltre al saluto finale, non mi ricordo niente, dato che ero rincoglionita da morire dal sonno. Potrei avergli detto qualunque cosa e non me lo ricordo. Sob.
Tra l’altro è una cosa che mi succede anche con i messaggi ricevuti, nel senso che se me ne arrivano di notte, può essere che io mi sveglio, li leggo, li sposto dalla memoria sim a quella del telefono e la mattina non mi ricordo più una begonia.
Forse dovrei imparare a spegnere il telefono quando vado a dormire. Forse.
Edit.
Dalla regia mi hanno informato che non ho detto niente di sconveniente, pazzo o strano; nemmeno si capiva che ero in uno stato semi comatoso.
O parlo come una deficiente sempre, o sono brava a dissimulare il rintronamento: ai posteri l’ardua sentenza.
Fine edit.

Oltre a questo esempio di demenza senile precoce, ieri sera sono anche uscita con Chiara.
Noi, balde giovani vitali, siamo uscite convintissime e decise, credendo di trovare una città con qualche anima pia in deambulazione; ma ci siamo accorte solo quando siamo arrivate al locale prescelto -chiuso- che era sabato sedici agosto, ossia il giorno dopo ferragosto e che quindi avremmo trovato poca vita nei dintorni. Fantastico.
Per far passare un po’ il tempo, oltre a spettegolare in modo selvaggio, abbiamo buttato l’occhio su qualche vetrina, in particolare dall’amato Frisco, dove io ho deciso che comprerò -con il solito benestare di Cooder- queste scarpe:
Se le congiunzioni astrali si rivelassero particolarmente propizie [ossia fossero ancora scontate a trentacinque euro], potrei prenderne anche un altro paio, alla sola condizione che ne trovi di marroni come mi servono. [In realtà non ho un serio bisogno di un paio di scarpe marroni, però ho una camionata di vestiti di questa tinta e sono stufa di abbinarci scarpe rosse o nere, quindi ne voglio un paio per fare pendant.]

Essendo la città quasi completamente chiusa, abbiamo a malincuore deciso di andare in un insulso pub osceno, dove la cameriera, mentre eravamo immerse completamente nella lettura della lista, viene a prendere l’ordinazione e, quando avevamo le liste chiuse -chiaro segno di scelta, almeno di solito-, ha aspettato due tramonti prima di chiederci che volevamo. Stendo un pietosissimo velo e tralascio la descrizione delle oscene bevande che abbiamo dovuto ingollare.

Per curare la bocca infetta, ci siamo concesse un fantastico gelato e del pettegolezzo spinto riguardante amici, uomini, conoscenti, etc, in cui sono spiccati alcuni vertici di logica di Chiara come, parlando del suo uscente:
C – ‘Ma io pensavo fosse 1.80, invece è 1.78!’
M – ‘-.-’
Oppure:
C – ‘Dai, è stato discreto’
M – ‘Beh sì, ti ha solo tastato il culo da dentro i pantaloni in una spiaggia pubblica: discretissimo!’.
Sarà stato il freddo, sarà stato il brivido d’amore [LOL] per l’uscente, ma mi si è rincoglionita l’amica. O probabilmente è sempre stata così, ma a non averla vista per tre settimane causa vacanze me ne sarò scordata.

Una Risposta a “8. Di amiche e scarpe”

  1. Empè? Il mio fidansato mi palpa le tette non solo in spiaggia, ma al supermercato, alla fermata dell’out’o'bus, sull’out’o'bus, e anche mentre chiedo informazioni ai passanti… :o

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